Il mercato delle bici elettriche in Italia ha raggiunto quel punto in cui aprire tre schede del browser e cercare di confrontarle così a vista, non aiuta ed è difficile; sono tutte da 250W, sono tutte limitate a 25 km/h, montano quasi tutte uno Shimano a 7 rapporti e dichiarano autonomie anche a tre cifre. Sulla carta si somigliano ma in sella non sono poi uguali.

Le differenze vere non possono vedersi semplicemente scrutando le tabelle: come risponde il motore quando riparti da fermo al semaforo, quanto pesa davvero sollevare la bici sul portapacchi dell’auto dopo un’ora di sterrato, se il telaio pieghevole fa fatica o se il sensore di coppia ti asseconda invece di trascinarti. Le ebike che trovi qui sotto le abbiamo assemblate, testate, caricate e provate a fondo. Ci sono modelli che ci hanno convinto di più e altri di meno. Scoprite qui in basso quali sono le migliori ebike del momento.
Come abbiamo scelto queste ebike
Non abbiamo provato tutte le bici che esistono ma moltissimi modelli che vediamo in giro ogni giorno. Mancano all’appello i marchi europei di fascia alta, quelli da 3.000 euro con motore centrale Bosch o Shimano EP8: sono bici eccellenti e completamente fuori dal perimetro di cui parliamo qui. Quello che trovi in questa pagina si muove tra gli 800 e i 2.000 euro, la fascia dove il rapporto tra quello che spendi e quello che ottieni è più interessante e, allo stesso tempo, dove è più facile sbagliare acquisto.
I criteri con cui ordiniamo i modelli non sono un punteggio. Un punteggio direbbe che la Engine Pro 3.0 Boost “vince” nei confronti degli altri modelli ma se abiti al terzo piano senza ascensore, 35 kg di ebike è la scelta peggiore che tu possa fare. Per questo li presentiamo per caso d’uso: c’è la bici giusta per chi pedala in città tutti i giorni, quella per chi vuole portarsi il mezzo in montagna nel bagagliaio, quella per chi deve caricare la spesa e un passeggero.
Trovi dieci modelli in tutto. I primi otto li abbiamo avuti in casa e sono quelli su cui ci esponiamo. Gli ultimi due, che chiudono la sezione, sono bici che stiamo valutando ma che non abbiamo ancora provato: le segnaliamo perché hanno soluzioni tecniche che meritano attenzione, ma sono appunti, non consigli, e lo scriviamo a chiare lettere anche lì.
Le migliori ebike di Luglio 2026
Le trovi ordinate per scenario, dalla più completa alla più economica; sotto ogni modello c’è il link alla recensione completa, dove abbiamo messo le foto dell’unboxing, i dati di consumo e tutto quello che qui abbiamo riassunto brevemente.
ENGWE Engine Pro 3.0 Boost: la più completa
Se dovessimo indicare una sola bici che fa tutto, è questa. Full suspension, pieghevole, gomme fat da 20×4, freni idraulici a doppio pistone con dischi da 180 mm, cambio Shimano, batteria Samsung da 720 Wh, modulo IoT con GPS e antifurto via app. La coppia da 90 Nm è la più alta di tutta la lista e si sente: in salita non devi scendere a compromessi con il motore, spingi un pò e la bici va da sola.
Il problema è in realtà il peso; parliamo di una bici che supera i 34 kg ed è pieghevole solo nel senso che il telaio ha uno snodo centrale. Piegarla e infilarla in auto è un’operazione che si fa in due, e farla ogni giorno è improponibile. Chi ha un box o un posto bici a piano terra non se ne accorgerà nemmeno; chi deve portarla su per le scale la odierà dal primo giorno.
Un chiarimento sull’autonomia, perché è il dato su cui la comunicazione dei produttori è molto creativa. ENGWE dichiara fino a 130 km, ma quel numero è misurato in assistenza minima, su strada piana, a 25 gradi, con un ciclista da 75 kg. È un valore da laboratorio. Nell’uso reale, tra salite, semafori e livelli di assistenza medi, aspettati parecchio meno (ma vale anche per gli altri modelli). Resta comunque la batteria più capiente tra le pieghevoli che abbiamo provato e la ricarica rapida da 8A copre il grosso del divario.
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Lankeleisi GOLF-X: la bici per portare altri
La GOLF-X non assomiglia a nient’altro. È un incrocio tra una fat bike, una cargo e una graziella cresciuta troppo, con inserti in legno sul cestino e sui poggiapiedi e finiture color cuoio che nel segmento non si vedono. Ma non è il design il motivo per cui è in questa lista.
È la portata da 200 kg complessivi, con un portapacchi posteriore omologato fino a 100 kg e i poggiapiedi per il passeggero inclusi in confezione. E’ possibile caricare una persona adulta e la spesa e la bici non fa una piega, merito anche dei freni Zoom idraulici a 4 pistoni per pinza, una specifica che di solito si trova su mezzi ben più costosi e che qui serve davvero, considerando cosa ti trovi a fermare. La batteria da 960 Wh è la più grande di tutte le bici recensite finora.
Ha una chicca tecnica che nessun altro modello offre: puoi scegliere dal display se usare il sensore di coppia o quello di cadenza. Il primo è quello giusto per il 90% delle situazioni ma avere l’alternativa quando le gambe sono stanche e vuoi che la bici tiri da sola è comodo.
I compromessi ci sono pure: pesa quasi 38 kg. Altro dettaglio: sul fronte smart è rimasta un pò indietro in quando non esiste app, niente presa USB e il display mostra la batteria a barre invece che in percentuale che per una bici da quasi 2.000 euro è una mancanza importante.
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ENGWE O20 Boost: la “vera” pieghevole
Questa è la bici che consigliamo più spesso quando qualcuno ci chiede “quale prendo se devo caricarla in macchina”. Il motivo sta tutto in un numero: 26,5 kg. Sono sei o sette chili in meno rispetto a quasi tutte le pieghevoli della stessa fascia,e la differenza tra sollevare 26 kg e sollevare 34 non è poca.
Il bello è che non ha pagato quella leggerezza con le prestazioni. Il motore eroga 75 Nm con il tasto Boost premuto, il sensore di coppia è tra i più reattivi che abbiamo provato, e il cambio è uno Shimano Altus a 8 rapporti invece del solito Tourney a 7: sembra un dettaglio ma nei passaggi tra le marce si sente. Le ruote da 20 pollici non fat mantengono il peso basso e la resistenza al rotolamento contenuta e il tag di localizzazione compatibile Apple e Android arriva incluso nella scatola.
Nei nostri test, in uso misto con livelli di assistenza medi, siamo intorno agli 80 km di autonomia reale. Per una pieghevole di queste dimensioni è un ottimo risultato.
Le due rinunce: la sospensione posteriore non c’è di serie (il reggisella ammortizzato Zoom è un accessorio a parte) e il fanale posteriore non ha la funzione stop che su altri modelli ENGWE invece è presente. In città, dove freni ogni trenta metri, è un dettaglio che pesa più di quanto sembri.
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ENGWE L20 3.0 Boost: doppia sospensione e ricarica rapida
La L20 3.0 Boost sta in mezzo tra la O20 e la Engine Pro, e occupa quello spazio con una certa intelligenza. Ha il telaio step-through, quindi ci sali senza alzare la gamba sopra la sella — se ti muovi in giacca o in gonna, o se hai una mobilità ridotta, questa singola caratteristica vale più di dieci Newton metro in più.
Monta la doppia sospensione (forcella idraulica anteriore da 100 mm e monoammortizzatore posteriore), freni idraulici con dischi da 180 mm e gomme da 20×3 semi-slick con strato antiforatura da 3 mm. Il motore da 75 Nm con tasto Boost è lo stesso concetto della O20, applicato a una bici più strutturata.
Ma la cosa per cui la ricordiamo è la ricarica: circa due ore per un ciclo completo, grazie al caricatore Flash Charge da 8A. Chi ha provato ad aspettare sette ore che una batteria si riempia sa quanto questo cambi l’abitudine d’uso. Nei nostri test l’autonomia reale si è attestata sugli 80-90 km, che con quel tempo di ricarica significa poter fare due giri lunghi nella stessa giornata.
Non ha il GPS integrato, quello resta esclusiva della Engine Pro con modulo SIM e il boost si esaurisce dopo circa 60 secondi per sessione prima di poter essere riattivato. Con i suoi 33 kg, il meccanismo di piegatura è più una comodità per il garage che per il trasporto quotidiano.
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Eleglide Mopride 3: non una fat bike travestita
Tra tutti i modelli di questa guida, la Mopride 3 è quello che assomiglia di più a una bicicletta vera. Ruote da 29 pollici con copertoni tassellati da 2,4″, telaio non pieghevole, geometria da mountain bike, forcella idraulica da 80 mm regolabile e bloccabile. Se il tuo terreno di gioco sono sentieri e sterrati e non ti interessa piegare niente, è questa la bici.
Le ruote grandi cambiano il modo in cui il mezzo affronta radici, pietre e buche: rotolano sopra gli ostacoli invece di sbatterci contro. In discesa è stabile in un modo che una 20 pollici non riesce a essere. I freni idraulici da 160 mm sono ottimi e il faro anteriore è certificato StVZO, che significa che illumina davvero e non abbaglia chi ti viene incontro.
Nei test, con assistenza intermedia e parecchie salite, l’autonomia si è fermata sugli 80 km. Con uno stile parsimonioso si superano i 90; spingendo al massimo si scende verso i 60.
Qui però c’è un compromesso che va detto chiaramente, perché tocca la sicurezza: il fanale posteriore funziona a batterie separate e non è collegato all’impianto della bici. Devi ricordarti di accenderlo, e ricordarti di cambiare le pile. Su una bici che costa sotto i 1.000 euro è comprensibile, su una bici con cui esci al tramonto è una cosa a cui pensare. Manca anche qualsiasi ammortizzazione posteriore e la sella, per quanto imbottita, non è molleggiata: sui percorsi accidentati, dopo la prima ora, si sente.
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ENGWE P275 SE: la city bike per chi non vuole una fat bike
La P275 SE è l’anti-ENGWE nel catalogo ENGWE. Niente gomme fat, niente estetica muscolare: ruote da 27,5″ x 1,95″, telaio a ingresso ribassato, parafanghi, portapacchi in acciaio inox, catena protetta, campanello. Sembra una bicicletta normale, e questa è esattamente l’idea.
Sulla carta è la meno potente della lista, con appena 42 Nm di coppia. In sella la sensazione è un’altra, e il merito è del sensore di coppia Smart Axle: 50 calibrazioni al secondo, risposta dichiarata in un centesimo di secondo. Nella pratica significa che al semaforo, quando riparti, la spinta c’è già mentre stai ancora appoggiando il piede sul pedale. Per il pendolarismo urbano è più utile di venti Newton metro in più.
È anche la più leggera come telaio nudo (24 kg senza batteria) e ha l’app ENGWE con tracciamento GPS del percorso e statistiche. La batteria da 468 Wh è modesta rispetto al resto della lista — è il prezzo della leggerezza — ma per i tragitti casa-lavoro è ampiamente sufficiente: nei nostri test abbiamo superato i 60 km senza ricaricare.
La forcella anteriore non è né regolabile né bloccabile. È una scelta consapevole (meno cose che si rompono) ma se la tua città ha il fondo stradale che ha Napoli, valuta un modello con sospensioni più serie.
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ENGWE EP-2 Boost: la più economica del mondo fat
Sotto i 1.000 euro, la EP-2 Boost è quella che offre di più. Gomme fat da 20×4 Chaoyang semi-antiforatura, telaio pieghevole in alluminio 6061, dischi da 180 mm, batteria rimovibile da 624 Wh, portata fino a 150 kg. E soprattutto il sensore di coppia con tasto Boost, che a questo prezzo non è affatto scontato.
La coppia è di 55 Nm, la più bassa tra i modelli Boost, ma sulle fat bike la coppia conta meno di quanto si pensi: sono le gomme larghe a fare metà del lavoro, assorbendo il terreno e mantenendo la trazione dove le gomme strette scivolerebbero.
Qui i compromessi sono espliciti e vanno pesati. I freni sono meccanici, non idraulici: frenano bene, i dischi da 180 mm sono generosi, ma la modulazione e lo sforzo alla leva non sono quelli di un impianto idraulico, e su una bici da 30 kg è una differenza che si sente in discesa. Il display è un LCD monocromatico basilare. E la batteria è posizionata in modo che, per estrarla, devi piegare la bici — un’operazione che la prima volta è francamente scomoda.
Nei nostri test l’autonomia reale è stata di 50-70 km usando quasi sempre il livello massimo e abusando del Boost. Con più moderazione si sale.
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Eleglide Tankroll: la fat da 26 pollici che viaggia come una MTB
Il Tankroll è la fat bike che si comporta meno da fat bike. Il merito è delle ruote da 26 pollici, più grandi delle 20″ che dominano il segmento: la bici scorre con una fluidità che ricorda una mountain bike più che una fat compatta, e sui tratti veloci mantiene la velocità con meno fatica. I copertoni CST da 4″ ammortizzano il terreno e la forcella con blocco ti fa scegliere tra rigidità su asfalto e comfort sullo sterrato.
Il telaio pieghevole in alluminio pesa 31 kg, il cambio è uno Shimano a 7 rapporti e i freni a disco fanno il loro dovere. Nel complesso è una bici solida e onesta, con un rapporto qualità-prezzo che è sempre stato il tratto distintivo di Eleglide.
Il limite, oggi, è la batteria da 480 Wh: l’autonomia dichiarata si ferma sui 65-70 km, e nel nostro uso reale, tra assistenza media e qualche salita, sta sotto quelle cifre. Erano numeri normali quando l’abbiamo provata, sono numeri modesti adesso che le concorrenti in questa lista viaggiano tra i 624 e i 960 Wh. Il consiglio è semplice: se lo trovi in offerta netta ha ancora molto senso, a prezzo pieno guarda prima le altre fat di questa pagina.
Leggi la recensione completa di Eleglide Tankroll
Le bici qui sotto chiudono la lista ma non sono passate dalle nostre mani. Le segnaliamo perché hanno soluzioni tecniche che ci interessano. Prendile per quello che sono: appunti, non consigli.
PVY M29: tanta batteria e ruote grandi a poco prezzo
La M29 attira l’attenzione per la batteria: 840 Wh (48V, 17,5Ah), seconda in questa guida solo a quella della GOLF-X, con un’autonomia dichiarata fino a 120 km. È una 29 pollici in stile hardtail, con forcella anteriore bloccabile e gomme da 2,1″, pensata per il pendolare che percorre parecchi chilometri e non vuole preoccuparsi della ricarica ogni sera. E costa poco, spesso sotto i 700 euro.
Il punto è che a quel prezzo, e con quella batteria, qualcosa altrove si taglia. Il motore lavora con un sensore di cadenza, non di coppia — quindi, per quanto abbiamo spiegato più sopra, la spinta sarà più “on-off” che progressiva. I freni sono meccanici e il telaio è in acciaio, non alluminio: robusto, ma più pesante. Non è una bici che punta alla raffinatezza, punta alla concretezza.
Sulla carta è un pacchetto interessante per chi macina distanze e bada al sodo, ma queste sono impressioni da scheda tecnica: non l’abbiamo ancora avuta tra le mani, e come si comporti davvero quel sensore di cadenza in partenza, o come regga l’acciaio le buche dopo qualche mese, è esattamente il tipo di cosa che sapremo solo provandola.
Le caratteristiche della PVY M29
PVY Z20 Plus EVO: aggiornamento per la compatta
La Z20 Plus è un modello che nel segmento delle compatte ha già un suo seguito, e questa versione EVO punta su autonomia, tecnologia e comfort. Ne abbiamo parlato quando è stata annunciata ma parlarne e utilizzarla sono due cose diverse, e sui punti che contano davvero come si comporta il sensore in partenza, quanto regge la batteria nell’uso vero non possiamo dire niente di utile.
Resta un modello da tenere d’occhio, soprattutto per chi cerca una compatta ma non vuole i 33 kg di una L20 3.0 Boost.
Le caratteristiche della PVY Z20 Plus EVO
Cosa guardare prima di comprare (e cosa ignorare)
Le schede tecniche sono piene di numeri costruiti per impressionare e non è sempre chiaro cosa conta per davvero. Vediamo quali sono i parametri che spostano l’ago della bilancia e quali quelli che possiamo tranquillamente ignorare e che fanno parte di strategie di marketing o pubblicitarie.
Sensore di coppia o sensore di cadenza
Se devi ricordare una sola cosa di questa guida, ricorda questa: il sensore di cadenza rileva soltanto che i pedali stanno girando e accende il motore: pedali a vuoto e la bici parte lo stesso, con un ritardo di mezzo giro e una spinta che non ha niente a che vedere con quanto stai spingendo. Il sensore di coppia misura la forza che applichi e modula l’assistenza di conseguenza: più spingi, più ti aiuta.
La differenza in sella è notevole! Con il sensore di coppia la bici sembra una bici normale, solo con le gambe di qualcun altro. Con il sensore di cadenza sembra uno scooter che ogni tanto decide da solo cosa fare. Tra due modelli con la stessa scheda tecnica, quello con il sensore di coppia vale i cento euro in più, pricamente sempre.
I watt dichiarati contano meno dei Newton metro
Tutte le ebike vendute legalmente in Europa hanno un motore da 250W nominali. Vedere “250W” su una scheda tecnica non dice quindi assolutamente niente ed è per questo che i produttori pubblicizzano invece la potenza di picco, ovvero 500W, 750W, 1000W che è un numero istantaneo e che sostanzialmente diventa decorativo.
Il dato che conta è la coppia, espressa in Newton / metro. È la forza con cui il motore fa girare la ruota ed è quella che senti quando parti in salita da fermo. Sotto i 40 Nm si fatica sulle pendenze serie; tra i 50 e i 75 sei coperto per qualsiasi uso urbano ed extraurbano; sopra gli 85 sei nel territorio in cui la salita smette di essere un problema.
L’autonomia dichiarata è spesso un numero per marketing
Quando un produttore scrive “fino a 140 km”, quel numero è ottenuto in assistenza minima, su strada perfettamente piana, senza vento, con un ciclista leggero e a temperatura ideale. È una condizione che nella vita non si verificherà praticamente mai.
La regola pratica che usiamo: prendi l’autonomia dichiarata e dimezzala. Quello è il numero con cui fare i conti nell’uso reale, ai livelli di assistenza medi che userai davvero. Se un produttore dichiara 130 km e tu ti aspetti 65-70, non resterai mai a piedi. Il parametro davvero utile, e che nessuno pubblicizza, sono i wattora della batteria: sotto i 500 Wh sei su una bici da tragitti brevi, sopra i 700 Wh puoi permetterti le gite.
Il peso è il compromesso che sottovaluti sempre
Nessuno compra una ebike guardando il peso ma alla fine tutti se ne pentono; noi che ne abbiamo provate parecchie, possiamo dire che il peso non incide certo sulla guida; anzi una bici pesante è più stabile e il motore compensa ma incide su tutto il resto: sollevarla, caricarla in auto, spingerla a mano quando finisce la batteria, portarla su una rampa di scale.
La domanda da farsi non è “quanto pesa”, ma “quante volte al mese dovrò sollevarla”. Se la risposta è zero, prendi pure i 38 kg della GOLF-X e non pensarci più. Se la risposta è “tutti i giorni per due rampe di scale”, allora nessuna delle bici sopra i 30 kg è adatta a te, per quanto bella sia la scheda tecnica.
Quando una fat bike è la scelta sbagliata
Le gomme fat da 4 pollici sono diventate un’estetica prima ancora che una scelta tecnica, e molte persone le comprano per come appaiono; hanno senso davvero se pedali su sabbia, ghiaia, sterrato o neve dove praticamente galleggiano dove una gomma stretta invece affonda.
Se il tuo percorso è asfalto urbano per il 95% del tempo, le gomme fat ti danno solo più peso, più resistenza al rotolamento e più consumo di batteria, in cambio di un comfort che potresti ottenere con una buona forcella ammortizzata. La P275 SE con le sue 27,5″ strette, in città, è più veloce e più efficiente di qualsiasi fat bike di questa lista.
Un ultimo dettaglio sull’omologazione in Europa
Diverse ebike importate hanno una procedura di sblocco per superare il limite dei 25 km/h imposto per legge. Vale la pena sapere una cosa prima di farlo: una bici che va oltre quel limite o che si muove senza pedalare, giuridicamente non è più una bicicletta ma un ciclomotore, con tutto quello che ne consegue in caso di incidente. Verifica sempre che il modello che compri sia certificato EN-15194 e lascialo com’è: tutte le bici di questa guida sono conformi alla legge.
Articolo curato da
Giuseppe Alemanno
Founder & Tech Nerd
Vive tra terminali e compilatori. Scrive approfondimenti tecnici, recensioni e tutorial pratici su sistemi operativi, programmazione, hardware e videogiochi.

















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